"BASTA!

Ne ho ‘basta’, basta davvero, dell’immondezzaio della culturaccia devastante. Ne ho ‘basta' delle soap operas, dei giochi a premi anche letterari, del sorriso rassicurante dei front men, del marciume radicale della critica, del minimalismo imperante. Basta, basta davvero, all’esistere in vendita, al dover compiacere, all’asservirsi a leggi editoriali che sembrano rispondere all’unico criterio della diffusione massiva dell’imbecillità. Basta con il torpore intellettuale, con la fuga nel consueto, ed i suoi piccoli grandi affetti di una vita a scomparsa. Basta, basta ancora con il minimalismo di gesti pensieri parole ed opere. Basta al rifuggire dal grande pensiero, dalla ricerca della verità, di Dio, di se stessi, di uno spazio ove le parole abbiano un suono vero. Basta al sentimentalismo all'ingrosso, al fiction-populismo di bassa lega ed enorme share.” Basta ancora a molte altre cose… o qualcosa del genere, continuava questo urlo manifesto che pubblicai nel numero 7, nel 1992, pur conscio di come il tutto potesse apparire altrettanto
populista, risaputo e quindi imbelle.

Una riflessione ne era corollario sconfortante, la presa di posizione esposta era (ed è) così legittima da esser ovvia, deprezzata: La ripetizione del gesto lo scorona, ed è proprio grazie ad un’applicazione scientifica di questo assunto che alcune delle maggiori intelligenze si sono dissolte nel circo-mercato dell’idiozia imperante: così la voce satirica demenziale ed irrisoria viene sconfitta non dalla censura, come accadeva in passato (e come avverrà in futuro), ma dalla promozione in prima serata, dalla pubblicazione iper-pubblicizzata od infine, se il messaggio è troppo controcorrente, da un indecente proliferare di edulcorati cloni. Sembrerebbe, dunque, ma così non deve essere, che qualsiasi cosa venga alla luce finisca inevitabilmente per estinguersi in autocombustione, confondersi nel coro di troppe voci, o, più prosaicamente, perdere la propria verginità a compenso.
Tutto ovvio, certo, tutto già sentito e, soprattutto, tutto così maledettamente di sinistra in un periodo in cui la sinistra non era già più di moda.
Cazzate!
L’intelligenza non ha per forza un colore politico, e se lo ha, buon per questo colore! In ogni caso qui non si difendono i colori ma l’intelligenza, il pensiero pesante e libero, in un’epoca dal dilagante pressappochismo intellettuale ben mascherato da infiniti mezzi di produzione. Dell’ultimo millennio di cultura rimangono saltuarie voci impolverate o spezzoni di varietà.