ESTRATTO DAL BABAU N°9 Marzo 1993


SCHEGGE

Mario Pesce

…in realtà non ha molto senso parlarne ora.
Alcuni anni fa lo scrittore Günter Grass affermava in un'intervista che con tutte le cose che accadevano nel mondo - anzi, no, che si stavano preparando…


Spegne il piccolo registratore. Lo infila in tasca.
Gira la testa e gli occhi osservano la sabbia da dietro le lenti scure. Forse per fare un libro od un articolo ogni tanto riprende a registrare le proprie impressioni. Cerca il mistero, i segni della strage, della guerra.
Le tracce lasciate da ciò che si è voluto chiamare Storia.

Il vecchio seduto sulla sabbia ride senza voce. Gli indica il pozzo lì accanto. Lo invita a bere quell'acqua grigia che il Tenente tira su con cautela, un secchio alla volta, continuando a fissare quell'uomo che, con un registratore acceso, pone domande e cerca di parlare. Il sole è tanto forte da scomparire nel cielo pieno di luce mentre una madre parla orgogliosa. E' la radio sulla jeep che gracchia, tra i disturbi.
La figlia è partita volontaria. E' felice.

“Meglio morire per una causa in cui si crede che vivere una vita senza scopo”.

L'uomo grasso bestemmia in tedesco. La sua camicia a fiori è fradicia di sudore, continua a bere di quell'acqua.

…come ha detto? La sabbia… Chi si muove?

“Guarda, mamma, ti ho portato le fotografie. Questo è Mark, questo è Louis. Lei è Wanda, dell'ospedale.
Oh, non c'era molto da fare. Si stava in tenda, o a prendere il sole.”
La bambina americana è salita sul suo bulldozer piena di coraggio.
A gridare con forza il suo credo. A combattere i cattivi.
Già si sente la banda, che inizia le prove per la fanfare. Per quando tornerà.
“Guarda, questo era il mio carro armato. Guarda, questo è un camion del Genio.”


Perché è venuto?
Non ha detto una sola parola. Il Tenente.
Tranquillo nella sua divisa color kaki, il basco nero inclinato sulla fronte. I pantaloni dalla piega perfetta. La pesante pistola infilata in una fondina di cuoio lucido.
L'addetto dell'ambasciata lo aveva presentato così velocemente che non si era capito neanche il nome. Pareva imbarazzato.

Siede stringendo i mano un sottile bastone.
Siede avvolto in un vestito fatto di pezzi di stoffe diverse, sbiadite, in cento sfumature di sabbia. Un viso barbuto ed affilato, senza occhi. Io ascolto
Il vecchio parla senza attender le mie domande.
Anche perché non so cosa chiedere, come chiedere.
Io occidentale -pelle bianca come il latte, occhi chiari, vestiti bianchi di lino- non comprendo. Cosa c’è? Cosa è successo?


Ecco.
Il secchio urta contro il bordo del pozzo.
L’acqua si spande sulla sabbia che l’assorbe, mentre il vecchio impreca alzandosi di scatto ed agitando il bastone contro il Tenente. Lo insulta.
Tutti risalgono in macchina. L’autista riparte veloce.
- Ah - esclama il Tenente - Tutti così! Non sono capaci di fare niente, non sanno niente. Solo le preghiere - ride, con la sua voce chiara, solo un lieve accento.

Come sulla lavagna a scuola: i buoni ed i cattivi.

L’uomo grasso sudava, aggrappato al sedile ed al roll-bar. Lanciava occhiate velenose alla strada, al deserto, alla nuca nera
dell’autista che ignorava le sue imprecazioni.
Saltando le fosse ed i tratti sabbiosi, dove le ruote sarebbero potute affondare.

La radio continua il suo servizio.
E’ facile distinguere chi sta da una parte e chi dall’altra.
Alcuni nomi vengono sputati fuori come un qualcosa di amaro, come catarro, un colpo di tosse. Nomi brutti, si pronunciano male.
Pieni di k, h, doppie gutturali od aspirate.
Mentre i buoni sono tanti, così tanti che non si nominano nemmeno, ma li si rappresenta con le sigle. Sigle in maiuscolo.

Si cerca dappertutto un segno. Un qualche indizio, una prova.
Ma da questo lato ve ne sono poche…


Vi è la strada.
Una pista tracciata sulla sabbia rossa porta fino alla città, le cui porte sono già state invase dalla sabbia stessa, dagli uomini che si accalcano attorno ai negozi tra i quali è lento e difficile fra procedere la jeep.
E’ tardi per far qualcosa. Qualsiasi cosa.

Chissà se la bambina americana è andata in guerra. Ed ha visto gli occhi scuri del cattivo, gli ha strappato i baffi, gli ha dato un pugno forte sul naso, una martellata in testa.
Un petardo nei calzoni.
Come Duffy Duck, come Bugs Bunny.
O forse la bambina americana non è mai andata in guerra.
Ma a Disneyland, col suo bulldozer.


Se niente è cambiato, l’albergo si trova ancora tra le sue palme, i suoi tavolini bianchi. Il suo giardino all’inglese solcato da sentieri di ghiaia bianca.
Illuminato la sera da lampioncini discreti tra le panchine.
Dove gli ospiti passeggiano tenendosi a braccetto, parlottano a bassa voce, si salutano con cortesia.

Quale spirito?
Questo è il motto della guerra. “Ho soltanto una cosa da dire: FREE KUWAIT!”
O si scrive Q8?
Lo aveva anche l’eroe, stampato sulla maglietta.

La storia diventa un fronte. E siamo in guerra.

Un piccolo muretto basso. Di mattoni che il sole sbriciola uno ad uno.
Da una parte il giardino, che giardinieri in casacca bianca dai capelli ricci e scuri curano svogliatamente sotto lo sguardo dei camerieri.
Dall’altra la strada polverosa della città, il suo mercato che circonda l’albergo da ogni parte, la sua gente seduta a parlare, a pregare. Bambini che giocano con pietre e bastoni. Che giocano ai soldati. Che ridono.
Uomini che più spesso gridano.
Sullo sfondo il gracchiare delle radio accese, degli altoparlanti.

In galera, In galera!
Disfattista!
Sfascista!

E lei. Un turbine di velo bianco nel verde del giardino.
Seduti sulla linea del fronte, siamo qui.
Senti il fragore delle bombe…
E’ il vostro inviato che parla… E’ difficile, faticoso mantenere il contatto… Chissà se riusciremo a tenere allineato il satellite, ma continueremo a parlare, a darvi tutte le notizie che possiamo.
Qui è il vostro inviato, sotto il fuoco delle bombe.
Che poi sono le nostre.

Dalla terrazza dell’albergo la città si rivelava a lampi, luce diffusa gettata oltre la barriera di palme. Sprazzi veloci. Chiarore perso nel buio, in alto, tra i fasci delle fotoelettriche che senza ordine spazzavano il cielo.
Esplodevano colpi. Lontano un crepitio continuo, uno stridere di gomme.

Lei scrolla le spalle scure. continua a parlare.
Di niente, dell’Hotel. - Lei non è un diplomatico né un militare…
Accavalla le gambe, socchiude gli occhi neri ridendo per una battuta.
Ascolta la propria voce. - Denise.

Fossi stato, allora, un poeta. Avrei potuto riconoscere una canzone.
Non lo ero. Le chiesi di accompagnarmi fino al bordo della grande terrazza, a guardare la città. Senza smetter di parlare.


Le sedie bianche accanto ad un tavolo li accolsero per qualche istante. Giunse l’Ambasciatore. La salutò.
Lei sorrise.

Contro chi abbiamo combattuto? Si chiede la bambina americana.
In tv si vede un uomo con i baffi. Tanti uomini con i baffi. Tutti i cattivi hanno i baffi?
Hitler li aveva. Stalin pure: era il più cattivo di tutti, lo dice papà. Ed aveva i baffi più grandi.
Allora tutti gli uomini con i baffi sono cattivi? Li aveva anche Gesù Cristo.
“Non dire sciocchezze… E poi lui aveva anche la barba.
Guarda! Sembra il videogioco che abbiamo in mensa. Il missile parte, vola, viaggia e poi…
Bum!”


- Cazzo, Tenente. Spero che non sia stato dei nostri.
- Hai fatto bene. E comunque, ormai è finita. Sono andati.
Non ci pensare più.

- Siamo in guerra - dice l’Ambasciatore.
La prende per una mano e poi, accostandole un braccio alla vita, la conduce via, verso il salone gremito di gente.
- Ne abbiamo parlato proprio oggi.
- Questa gente che corre, ha paura.
- Scappa a comprare di tutto, come se dovessero bombardarci, correre ai rifugi come quarant’anni fa.
- … avevo queste due bottiglie d’olio e non riuscivo a portarle su dalla scala, con tutto il resto…
- Sai che non si trova più di zucchero?
- E’ ridicolo!

Siamo in guerra.
In tutte le guerre vi sono disertori.
Spero di essere uno di loro.


Alba. In camera.
Ordina le sue valigie, controlla il registratore a batteria, la telecamera. Scorre gli appunti ed il programma.
Tutto in bell’ordine sul letto ed il tavolino-scrittoio accanto alla finestra.
Un paio di jeans. Sandali. Occhiali scuri.

Dal mercato sono scomparse alcune bancarelle. Alcuni ambulanti non si fanno più vedere, da qualche tempo.
Altri se ne sono andati. Nessuno li ricorda.
Tra due palazzi è crollata una casa, le sue macerie rovinano in strada a cascata. pietre grigie e polvere. Obiettivi limitati.
Tra i mattoni stoffa scura.

- Capisce? Non possiamo distruggerlo in nome della democrazia. E’ utile, vicino c’è pericolo… Non è una cosa seria.
Solo…
Solo che ora la linea del fronte passa attraverso casa, dal portone, entra nel cesso. Il nemico ha decine di braccia che non si vedono nel buio.
Come in tutte le guerre c’è la paura di chiedersi da che parte si sta. Se il nemico è davanti, se è dietro.
Comincia a pensarci ora: ecco che arriva il corvo.
I pensieri nascono dopo la battaglia, quando si contano i morti.


- E ci odiate per questo? - chiede, rabbrividendo.
- Odiarvi? E perché? - Said risponde sorpreso - Certo, alcuni… Non io. Non siete diversi, anche voi avete le vostre fosse comuni, i vostri deserti. Forse i vostri morti vi parlano ancora. No… Non siete diversi. Non ricordate, ma qui venite apposta per dimenticare. Non vi odio. Non vi odio. - dice - Ma… Non restare fuori dell’albergo, la notte.

La causa giusta?
Trovami quella sbagliata. E le tirerò un pugno tanto forte da stenderla per l’eternità.
Dimmi tu qual è.
Perché io non la vedo.

Il Tenente ha lasciato la sua divisa in camera. Ora veste come un qualsiasi ospite dell’albergo, in banco lino e con un bicchiere in mano, mentre passeggia per il giardino.
Scambia parole con tutti, ora.
Osserva sorridendo l’Ambasciatore che cammina solo sulla terrazza inondata di luce, fissando con un binocolo le torri lontane di fumo, da dove i pozzi incendiati urlano al cielo.

L’illuminante oscurità che, come una pestilenza, risveglia tutti alla realtà del proprio essere. Alla bestia che si nasconde (è ancora fresco il ricordo, la rabbia è appena scoppiata).

Questo amore non fa parte della Storia. Di alcuna storia. Non serve. E’ intimo, personale, capace di scuotere le ossa fin nel midollo. E non è Storia. Non si pensa di poterlo condividere - queste sono parole gettate a caso, la trama degli eventi le ignorerà per passare presto a cose ben più importanti.

E’ morto un altro uomo, oggi.
Ed un altro sul fronte.
Ed il nemico moltiplica le sue braccia. non si riesce a distinguerle neppure sotto il sole, durante il giorno. E non fa poi così male, altrimenti la gente urlerebbe.
L’importante è avere uno scopo nella vita.
L’importante è sapere sempre cosa fare, e perché.


E’ un rifiuto, uno schiaffo preso in pieno viso. In pieno cuore.
In pieno stomaco un pugno pesante e rovente come piombo fuso. Non è storia e non è umanità. Soltanto di uno.
- Ma perché vuoi andare? Non sai qual è il tuo posto? Quello che non riesco a capire è… Con l’età che hai, fai discorsi da bambino.

Perché entri nell'esercito, ragazzo?
Sai che andrai in guerra.
“Perché… perché avranno cura di me. Mi daranno da mangiare, ed una casa. Un lavoro. Sarò qualcosa: un soldato. Non sarò più una persona che non è una persona. Che non sa cosa fare. loro me lo diranno. Ed io lo farò.
Ed io saprò cosa fare.”


Sono un bambino che gioca nella sabbia, con la sabbia. Costruisce grandi castelli ed osserva ridendo la marea che sale. Sono un bambino che ride, quando raccoglie piccoli frammenti di ossa, brandelli bruciati di stoffa, colori inconsueti.
Sono un bambino che ride giocando con i morti, i mattoni sbrecciati e l’ululato lontano dei sensi che urlano: è sbagliato. E ride correndo sulla spiaggia, rubando baci alle sue compagne di giochi. E piange forte quando un giocattolo si perde, un altro si rompe, oppure gli viene rubato.

Ed io che ti sto raccontando questo, non so più dove mi trovo. Da quale parte mi trovo.

- Non può essere una cosa seria. Mi dispiace. Non sai come mi sento. Veramente, sono molto imbarazzata. Tu non sai quanto.

Paura del niente. Del niente commesso da altri.
Del buio che accentua la nostra luce, facendocene vergognare.
Paura della nostra rabbia, di crescere senza poterla più riconoscere.
Continuando a portare con noi la stessa paletta, lo stesso secchiello usati per coprire i nostri morti. I cattivi ricordi. I nostri cattivi pensieri.
L’obbiettivo, il centro, il bersaglio è cancellare la freccia lanciata, il missile partito dalla nostra ala volante.
Vederne solo il risultato. Vederne solo il cratere… nel mio pensiero ti abbraccio e ti stringo forte. bacio le tue labbra, il collo, il seno.
Senza ricordare il prima, perché non esiste. Senza sapere come sono arrivato a questo. O perché.


E’ sempre il vostro inviato.
Dal fronte. Sotto il fuoco delle bombe. Ed ho una notizia.
E’ scoppiata la pace. Come un gran fiore di fuoco.


Le strade sono deserte. Non c’è vento.
Non c’è rumore.
L’uomo scivola tra le ombre dipinte sulla sabbia smossa. Inciampa in un mattone, od una mano che sporge oltre il bordo di un angolo.
Strappato via. Stracciato nel tempo. Non può ricordare. “Perché dovrei aver paura? Del buio? Ho la mia luce. Nessuno mi farà del male.”
Un piccolo ladro vestito di nero.

E’ scoppiata la pace. Per migliaia è stata una coperta calda, caduta dall’alto come cascata.

- Che vergogna - dice l’Ambasciatore - per così poco.
Il tedesco ride. Poi inizia a tossire.

E’ scoppiata la pace. Come una bomba intelligente, colpisce sempre il bersaglio. Anche dentro un bunker. Anche dietro un carro armato di cartapesta e plastica.

Cade.
Il silenzio che c’è intorno fa paura. Sembra di ricordare delle case, muti pozzi. Gente accanto a quelle porte vuote.
Cade e la sabbia gli si attacca al viso. Gli entra negli occhi, nella bocca.
La sputa via, con rabbia. Ha un sapore dolciastro.

E’ scoppiata la pace. Come un petardo di capodanno.
E’ scoppiata la pace. Perché non siamo ancora andati a casa?
… ma siamo a casa.
Non ce ne siamo mai andati.


Vorrebbe gridare, quando la mano gli afferra la caviglia, facendolo cadere ancora.
Ma la sorpresa lo blocca, permettendogli di strisciare verso un muro vicino, fissando le braccia che muovono quella sabbia grigia, che sono quella sabbia grigia.
Cadaveri sporchi, senza teli di plastica a coprirli, senza bandiere e senza fanfare. C’è da avere paura a toccarli, anche solo a guardarli. O sentire il loro respiro.
I becchini usano sempre i guanti.

Il volto ha due pietre nere al posto degli occhi. Galleggia, respira. Appena sotto il selciato di cemento. Lo agita la luce di una luna che non si vede, coperta di fumo.

L’uomo corre. più velocemente che può, verso l’albergo.
Non ricorda niente, anche se quelle facce e quei corpi di sabbia gli parlano. Corre fino a raggiungere l’albergo, il suo muro.
E lo scavalca con un salto, ansimando poi sdraiato sull’erba bassa, umida e ben curata del giardino.
I morti non passano quel muro. Nessuno.
Qualche granello di sabbia vi si infila, tra le connessure. Tra le pietre. Tra i fili d’erba.

Eri dalla parte giusta, bambina.
Sei tornata a casa.
Eri dalla parte giusta, bambina.
Non hai fatto niente di male.
Non sei come loro.
E non piangere, adesso. Sai che mi fai sorridere? Non piangere. Mi ricordi…

Noi siamo i buoni.