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Subhaga Gaetano Failla SASSO POLVERE STELLA Provengo da un qualche luogo? R. D. Laing, I fatti della vita Ho poggiato l’orecchio al centro del suo petto; il cuore rimbombava, veloce, mandava echi oscuri, poi il ritmo è diventato lento, quieto, e il suono s’espandeva, vasto, cupo, fino al mio sangue, che ho visto scorrere, a occhi chiusi. Non avevo più fretta. Ho atteso l’ascensore a piano terra, sono entrato, nella luce funerea del vano, nel ronzio meccanico, la cabina infine si è fermata con uno scatto, la porta si è aperta, sono uscito, ho attraversato i pochi metri di corridoio del condominio, ho oltrepassato l’uscio di casa lasciato aperto, qualcuno faceva gesti come movimenti d’intesa sott’acqua; era inutile cercare aria. Ho attraversato il corridoio fino alla sua stanza. C’era un altro uomo, un estraneo. Faccende di vestiti e rasoi. Mi ha visto, si è scostato, ha alzato le mani in segno di resa. Fremo nel mio giubbotto verde, fiori gialli al margine della strada rabbrividiscono. È un pomeriggio di febbraio, ultimo freddo e respiro di primavera al Sud, gli alberi e la terra grassa fiatano, inspiro e espiro con forza, il cielo mi penetra nelle narici e va via. Ho in tasca un biglietto per assistere ad uno spettacolo teatrale. Nella sala del ristorante un raggio di sole fora la penombra. Un ragazzo è disteso su un tavolo. I commensali saggiano la sua carne con la punta delle forchette. Il ragazzo ride. In quel momento faccio la mia apparizione nel ristorante. Il cameriere mi accompagna ad un piccolo tavolo non distante da quello del ragazzo. Da lì posso osservare indisturbato l’intera scena. Le risa del ragazzo si confondono con quelle dei commensali. Solo poche gocce di sangue stillano dalla sua pelle, corrotta da forchette maldestre. Chiedo da mangiare. Spaghetti alle vongole e un’insalata di pomodori. Vino bianco. Chiedo anche del peperoncino piccante, fresco. Il mio pupazzo di pezza ha gli occhi dipinti, immobili, azzurri. Volevo dargli un nome, come uno di famiglia, poi ho lasciato perdere. Se ne ho voglia lo chiamo Pupazzo. Pupazzo alloggia in una camera quasi del tutto spoglia. Vi è soltanto un quadro alla parete (un paesaggio marino), una sedia e un grande tappeto. Nel teatro le luci sono spente. Il palcoscenico è immerso in un chiarore opalescente. Distinguo appena delle maschere pallide sparse sui sedili della platea. Alcune trattengono colpi di tosse di fine inverno. Il re si dimena di fronte a me, urla, oscilla sul suo seggiolone, non vuole lasciare il regno, il suo nome, il suo corpo, il re muore, condannato da Jonesco allo strazio d’una agonia pubblica. L’attore infine saluta la gente che applaude, il viso è ancora storpiato dall’emozione, un lieve sorriso non dissipa la morte sulla scena. Io esco dal teatro, sento i miei passi risuonare sulla strada notturna, deserta. Non avevo più fretta. Gli ho detto, con voce calma, di ricordare. Pupazzo ha gli occhi fissi, azzurri. Mi guarda. Il mio dito d’adolescente scorre un elenco di titoli di libri. Riuscirò a leggere tutti quei libri? Sono disteso su un letto, i miei occhi miopi decifrano avidamente i caratteri a stampa. Poi ritornano le voci - cerco di carpirne le parole, invano - fluttuano nelle mie orecchie, nella testa, echeggiano intorno a me, hanno il gusto d’umori antichissimi; m’illanguidisco sul cuscino, depongo il capo, chiudo gli occhi. Pupazzo non dorme, mi guarda. Sasso polvere stella vetro foglia sabbia acqua goccia grotta. Ero giunto in ritardo, come mi capitava spesso. Spero d’esserci alla mia morte (mi perdoni Epicuro), di rispettare almeno quell’appuntamento. Da non crederci, passarono anche quei giorni. Porto alle narici un minuscolo fiore bianco, percorso all’interno da capillari gialli. Ricordo l’odore del mio primo sperma. Il ragazzo sul tavolo ride, i commensali lanciano lontano le forchette, hanno volti sorpresi, un raggio di sole striscia sul pavimento, come un serpente impalpabile, il tetto del ristorante esplode, la sala viene inondata di luce. Sguscio con le labbra una vongola, faccio rumore di saliva. Il guscio vuoto, abbandonato, tintinna nel piatto. L’attore è solo, disteso, nell’ombra. Ha gli occhi chiusi, la bocca succhia aria. L’attore ricorda. Le radici penetrano la terra, vibrano, bevono essenze nascoste alla luce. L’attore cammina lontano, diviene belva a caccia e carne offerta alla metamorfosi. Futili fortezze di pelle si prostrano al dissolvimento. Il colore bianco germoglia al fondo della sua schiena, ne sente il rigoglio la mano, che si apre, vinta. Nuvola cielo spazio. Pupazzo ricorda. Sussurra al mio orecchio. Amalia Rodriguez canta, sembra che pianga miele di tristezza. Pupazzo sussurra: Tra poco tutte le porte saranno spalancate. Margherita parla al re. Il re muore. Nuvola cielo spazio. Cammino sulla spiaggia. Il mare dopo la tempesta ha lasciato nuovi ciottoli e vetri colorati. Una seppia è rimasta fuor d’acqua a morire. Mi soffermo ad osservarla, è d’un bel colore marrone, caldo, la creatura non ha odore, solo rari insetti sono giunti per la trasformazione. Le lascio un pensiero di serenità. Pupazzo si muove nella battigia, trascinato in su e in giù dallo sciabordio del mare che si calma e si ritira. Pupazzo muove un braccio, inerte, stanco, sembra salutarmi, similmente al gesto morto di Achab avvinto infine alla balena. |
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