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Aveva
raccolto molto materiale ma non era ancora soddisfatto,
non mancava molto tempo all'apertura dell'esposizione.
L'accoglimento della sua proposta lo riempiva di orgoglio ma temeva
di non arrivare in tempo per la data della presentazione.
Le fonti a cui attingere erano pressocchè infinite ma la scelta
era limitata a 250 brevi testimonianze letterarie e decidere non
era facile.
La sede era quella dell'ex palazzo della borsa in piazza De Ferrari
a Genova.
Il titolo della mostra era didascalico:
"Per un museo della frase".
L'allestitore si lamentava circa la sua scelta insindacabile di
non voler alcuna immagine a commento, in modo che la parola
giungesse pulita agli occhi dei visitatori.
L'unico accordo era stato trovato sul colore che doveva dominare
nelle sale, il blu oltremare.
Si era in gennaio e l'apertura era prevista per il 15 di maggio.
" Tutte le famiglie felici lo sono allo stesso modo ma ogni famiglia
disgraziata e' disgraziata a modo suo",
l'incipit di Anna Karenina era stabilito facesse da entree alla
mostra, una frase senz'altro condita di presagi,
ma di buon effetto, per costringere i fruitori a pensare che li'
non si sarebbe scherzato.
Nessuna concessione alla frase facile, ammiccante, solo letteratura.
Apriva la sua cartella, nel suo ufficio,in attesa di incontrare
la persona mandatagli dall'assessorato, per aiutarlo ad accelerare
i tempi.
La porta si aprì, comparve una signora di circa quarant'anni, bionda,
capelli scarmigliati dal vento, occhi obliqui, impermeabile bianco,
leggero, non si sapeva nulla di lei e questo non aveva la minima
importanza. Si alzò e le ando' incontro senza fretta. - Si accomodi
- Le strinse la mano . - Oh, abbia pazienza - fece lei - sono arrivata
di corsa...non riuscivo a trovare lo studio, non c'e' nessuno che
dia un indicazione qui...- Sorrise, e si avvicino' a lui porgendo
la sua mano - Piacere Giulia, Giulia Grandi.- Poche frasi di circostanza
e dopo aver appeso l'impermeabile gli si sedette con naturalezza
a fianco e il dottor Alfredo Restani, cosi' si era presentato, fece
chiarezza sulle sue intenzioni e sull'andamento del progetto. -Le
frasi non dovrebbero seguire un ordine cronologico?- -Dovrebbero?,
io non sono mai stato daccordo su questo, ed è mia intenzione mantenere
questa opinione anche in futuro, vede, io penso non si debba rendere
conto al tempo, abbiamo già troppi legami con lui, cerchiamo di
mantenerlo a distanza - - Ma vede è per offrire un percorso, un
modo per orientarsi.- Alfredo non voleva dilungarsi troppo su questo
punto, lei lo capì e si riprese, - Le frasi ci sono tutte? - - A
dire il vero ci sarebbero tutte, uso dire cosi' perche' non sono
pienamente soddisfatto ancora della scelta, ad esempio, questa di
Dante mi lascia incantato ma tuttavia penso se ne potrebbero trovare
di migliori, di più significative...- La mattinata passo' a scorrere
parole, una accanto all'altra, uno accanto all'altra. "Da tema e
da vergogna voglio che tu omai ti disviluppe, sì che non parli più
com'om che sogna." Trovarono di Dante la frase nel tardo pomeriggio.
Nei giorni che seguirono, il lavoro si divincolava dalle secche,
spedito e senza intralcio aveva ricevuto la spinta giusta. Giulia,
puntuale, ammoniva senza deferenza, aveva preso a cuore il compito
affidatogli e non lesinava di punzecchiare Alfredo, il quale abbandonava
il campo esausto non avendo più la forza di ribattere alle motivazioni
del suo contendente. - Pranzi in ufficio?- Giulia si assentava di
solito verso il mezzogiorno, ne aprofittava per uscire fuori ad osservare le trasformazioni dell'inverno
, un giro breve ma lento ai bordi della piazza.
- Si....senti, prima che tu vada ,volevo chiederti se non ti sembra
che le ultime scelte siano state fatte...diciamo... per terminare...non
con lo stesso entusiasmo dei giorni scorsi, cosa ne pensi?- Lei
sorrise e chiuse la porta dietro a sè. Ci voleva qualcosa di forte
, come amano spesso dire i commentatori di opere scialbe, pensò,
prima che rientri devo trovare fra le decine messe da parte qualche
frase ad effetto. O forse no, va bene cosi'.
I giorni si susseguivano e si avvicinava la data dell'inaugurazione. Era giunto il momento di controllare.
Il sette di maggio ci
fu' la prima visita alla ex Borsa, si diedero appuntamento in piazza
San Lorenzo. Alcuni fedeli uscivano dalla cattedrale, alcuni piccioni
si disfacevano in voli maldestri. Un gesto della mano fece aumentare
il passo a Giulia che lo raggiunse. Tesi e incuriositi arrivarono
nei pressi del palazzo "della frase", come Alfredo aveva battezzato
l'ex "palazzo dei gesti".
Esitarono prima di entrare. Era stato sempre rimproverato a lui
di non essersi curato affatto dell'allestimento, ma forse era meglio
cosi', conoscendo la sua insofferenza verso il curatore. - Mi raccomando,
diplomazia - Un tuono li spinse dentro, meno male che
ho sempre un piccolo ombrello nella borsa, pensò. Avevano abbassato la voce una
volta entrati , non scorgendo nessuno, come se all'interno si svolgesse
chissà quale cerimonia. - Adoro il blu- Nella penombra apparivano
del semiglobi illuminati di luce propria che sormontavano parallelepipedi
dalla base quadra, sparsi in modo apparentemente casuale nella grande
sala rotonda. - Sei stato stranamente gentile con tutti - Disse
lei, uscendo e fermandosi ad osservare la pioggia che scrosciava
violentemente su ogni cosa. - Dove sei diretta? - L'acqua era inarrestabile,
due persone erano troppo per un ombrello la cui superficie era tanto
esigua. Il selciato come un letto di un fiume era difficoltoso da
salire. Violento il vento si attorcigliava e guidava l'acqua sui
corpi che cercavano di proseguire. Una sferzata d'acqua, obliqua come un corsivo, costrinse
Alfredo a contorcere il suo corpo alla ricerca di un equilibrio.
La mano divincolata dal braccio di Giulia si appoggiò al muretto
e i fogli, gli appunti di quello strano inverno,liberati, si spargevano
come la pioggia sul mondo.
Gli occhi non consentirono
alle braccia di muoversi, ma osservarono e sentirono trascinarsi
via. Giulia dettò le regole, condusse i loro corpi verso la parete
ma non il loro sguardo che rimase ad osservare le parole che si
scioglievano sotto gli scrosci di quell'innaffiata di maggio. Il
silenzio non esiste, o perlomeno non e' per tutti uguale.
Non so chi fra loro due guardò per primo l'altro, o furono
entrambi nel medesimo istante a guardarsi, non è necessario dirlo. Fu come
cercare il seguito di un racconto giunto alla fine. Le mani tese,
umide di pioggia cercarono l'asciutto delle vesti, come per ristoro,
affannate. E presero ad intenerirsi, e venne il momento di ascoltare
l'odore della pelle, denso come il sapore delle labbra , come se
sempre fosse stato, come se la prima e ultima volta coincidessero.
E ancora senza curarsi del vento, della segreta intimità, divennero
assalitori di se stessi, osservando lo specchio in cui erano celati
i loro sogni, senza soffrire il sospetto o la motivazione di un
gesto, chiusi nell'attimo che rivela il desiderio.
E venne ancora la pioggia, e venne ancora il bacio, finchè piccoli,
salendo in alto, scompariranno insieme alle strade, ai tetti delle
case.
Finche' la divisione fra la terra e il mare diventerà la divisione
fra la terra e il cielo. Finchè il buio non avvolgerà il pianeta
e il pianeta non diventerà una luce fra le molte luci. Una frase
fra le molte frasi.
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